cami's profileCella 19 (7 metri per 3)PhotosBlogListsMore Tools Help

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    January 08

    Chiuso per inventario

    La cella prima aveva due porte. Una era sbarrata e io l'avevo ridipinta con lo smalto, serrature comprese e davanti ci avevo messo uno scaffale. Sugli sguanci color ocra c'era un ritratto di Takeshi Kitano fatto da Galimberti ai tempi di Zatoichi. Appuntate sul legno delle foto. Una era di una modella con in mano una carcassa sanguinante e diceva "Eccovi il resto della vostra pelliccia". C'era un cartoncino con disegnato un angelo e le parole di Laing che adesso non ricordo. Forse diceva "Ora se non eternamente è a volte meglio che niente" ma non mi fido molto della memoria adesso. E dall'altra parte, ora ricordo, c'era una foglia fatta dal professore. Credo che fosse una cosa fatta da ragazzo. La cornice invece era fatta da me, dorata a guazzo e con un po' di colore che riprendeva le sfumature acquerellate della foglia d'albero. In quella cella avevo portato tutto quello che per me era amore. Solo amore, nessuno sconosciuto o persona brutta poteva entrarci. Quando doveva metter piede dentro un estraneo seguivano le purificazioni. In quella cella sono vissute e sono finite un sacco di cose. Ne verranno di nuove con la cella nuova e in questi giorni, come un bilancio o un inventario, mi sto spellando e mi dibatto, che non capisco più che fine ho fatto. Ecco la rima. E certo, per forza. Quando sei innamorato diventi l'altro. Mi dicono addirittura che non parlano più con me, ma con lui, che lui mi parla attraverso. E quindi faccio le rime, è ovvio. Lui le fa sempre. Gli scappano. E io le prendo. Insieme al resto. Ma non era di questo che stavo cercando di parlare, sto divagando, altra cosa che mi ha attaccato quell'imbecille, verboso e logorroico. No, ferma, riprendi il filo. Il filo della cella. Delle porte. Di me che non so più che fine ho fatto. Sì, appunto. Io, dove sono finita? Sono in travaglio. Sono sotto il torchio a strizzar fuori il vero. Ma non so più che sia, perché non mi vedo neppure. Parlo di me e mi accorgo che parlo di una me vecchia. Vecchia di prima dell'era delle coinquiline folli. Prima della sopravvivenza riuscita. Prima della carriera da manager. Prima. Quasi io fossi ancora ferma a quando ero ferma. Ma io non sono più quell'abbilla lì. Forse ancora nemmeno lo so mettere a fuoco, per quello uso parole obsolete che mi accorgo, dopo, che non mi corrispondono. Nemmeno il mio passato sembra corrispondermi più. Ora lo vedo, tutto quel farmi male. Sul momento no, mi pareva così eroico. Così passionale. Così demente e distruttivo. E ad Amsterdam, ora lo capisco perché mi ha visitato un sogno. E l'ho capito stamani, che cosa ci faceva ad Amsterdam il professore. Aveva da dirmi una cosa. Che stavo facendo uguale a lui. E allora stamattina l'ho guardato in quegli occhi duri e azzurri, mentre tiravo su un lenzuolo e sistemavo i cuscini e gli ho detto che quello no, non era amore manco per il cazzo, caro il mio professore e comitiva al seguito. I rapporti sono a due, occhi negli occhi. Tutto il resto è interferenza è brusìo è roba che non ci deve essere. E invece mi son ritrovata alla fiera a cercare di seguire tante voci e a rispondere a tutte come se io potessi essere perfetta in ogni veste e invece uno finisce che si sbriciola. O forse. Io mi sbriciolo. Che io no, non posso, non è quello che sono. E me lo devo dire, che quello che pensavo il grande amore era tanto male che mi è arrivato addosso. Che farsa. Che teatrino. Io ora non sono più quella di allora. Ma non riesco ancora ad essere quella di adesso. Perché nel travaglio di cercare la pulizia ho fatto più sporco, che mi son ritrovata con troppe cose da gestire, i ritorni, le distanze, le meraviglie a sorpresa. No. Io non mi posso permettere ombre. Non ho il fisico, mi manca la struttura. Ho passato anni magari facendomi male, ma male a me. Ora sto distruggendo random. Non voglio questo. Voglio tornare alla tranquillità. Alla mia faccia. A sentirmi bene, che il mio corpo non mente. Voglio ritornare alla possibilità di scrivere quello che voglio, perché qui dentro io ci son sempre stata bene. Chiudermi dentro per paura di tradirmi o di tradire mi fa sentire prigioniera di un luogo che dovrebbe portarmi in alto. Non torna. Mi servono le parole, o almeno la possibilità delle parole. E non a casa d'altri, a casa mia.
    La cella adesso ha una porta sola. Ha un vetro in mezzo e tutti se vogliono mi possono vedere. Ma io non voglio che entrino e allora chiudo e lascio le chiavi nella porta. Guardino pure. Se proprio han voglia di guardare guardino, che io non voglio nascondere più nulla, che mi incasina troppo. Il numero per gli appuntamenti è sulla porta, l'orario delle visite lo si può concordare.
    Però se sto un po' sola è meglio, che gli inventari buttano tutto all'aria. Guardare una che si riordina un caos non è neanche un bello spettacolo, giova soltanto a lei che butta via il superfluo e si fa spazio.

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